La sfortunata avventura di Tabarez, l’allenatore gentiluomo
L’otto settembre 1996 George Weah segna un gol destinato a rimanere nella memoria, raccontato così dal liberiano: “Ho preso il pallone nella mia area, ho visto che ero lontano dalla porta avversaria, ma ho pensato da attaccante, mi son detto, adesso vado a fare gol. Forse è stato un gol matto, ma va bene così“. A guardare le immagini della cavalcata del Re Leone e il punteggio finale della partita in questione (Milan-Hellas Verona 4-1) si potrebbe pensare ad una giornata trionfale: niente di più sbagliato.
Una stagione cominciata male con una sconfitta in Supercoppa Italiana e proseguita, in maniera poco convincente, con un pareggio in Coppa Italia ad Empoli, aveva rischiato di prendere una piega ancora più brutta già alla prima di campionato: al 25′ di Milan-Verona, infatti, gli scaligeri si portano in vantaggio con De Vitis. I fischi di San Siro vengono poi cancellati dai quattro gol della ripresa, ma non mancano le velate critiche di Silvio Berlusconi nei confronti di quello che da pochi mesi è l’allenatore dei rossoneri. I giocatori si stringono invece attorno al nuovo mister e Marco Simone, salvatore della patria con la doppietta che ribalta il risultato, commenta nel post-partita: “C’è chi ha predetto che non mangerà il panettone a Milano, beh, spero s’ ingozzi”. Ingozzatosi o no, quel qualcuno aveva visto giusto”.
Quell’allenatore risponde al nome di Oscar Washington Tabarez. Uruguayano, dopo un’onesta carriera come difensore in diverse squadre americane Tabarez vive momenti decisamente più entusiasmanti in panchina, guidando il Penarol alla vittoria in Copa Libertadores e portando l’Uruguay agli ottavi di finale a Italia ’90 prima di sbarcare in Europa nel 1994. Dopo una stagione con il Cagliari e un anno di pausa, El Maestro (soprannome che si è guadagnato lavorando come insegnante) viene scelto e opzionato dal Milan come successore di Capello. Quest’ultimo, vinto lo scudetto ancora una volta, parte in direzione Madrid dopo aver rifiutato più volte di firmare un contratto con qualche clausola di troppo (“non posso accettare che la mia posizione debba essere legata all’eventualità di vincere scudetto o Coppa Uefa”) e senza dimenticarsi di lanciare qualche accusa alla società, colpevole di non aver allestito una rosa competitiva ai massimi livelli: “Qualcuno pensa che basti avere la maglia del Milan addosso per vincere. E invece, negli ultimi tre anni non siamo mai stati la squadra più forte del campionato, questo è certo…”.
E così, nel giorno stesso dell’annuncio di Capello al Real, il Milan rende ufficiale il nome del nuovo allenatore. Politicamente schierato a sinistra, con tanto di motti guevaristi sui muri di casa e una delle (ben quattro) figlie chiamata Tania come la famosa spia e guerrigliera marxista, Tabarez, scelto da Galliani perchè “le sue squadre applicano un gioco molto simile a quello praticato dal Milan in passato”, sa di avere un’occasione irripetibile: “E’ come un giocatore che abbia segnato il gol della vita al primo minuto di gioco. Provo una gioia incredibile, però so che devo giocare altri 89′”. El Maestro non sarebbe arrivato nemmeno alla fine del primo tempo.
Si dice che Berlusconi non sia troppo convinto della scelta, come dimostrerebbe una sua frase, riportata dai giornali all’epoca: “Tabarez, chi è costui? Forse un cantante di Sanremo?“. Per aiutare il nuovo tecnico a raggiungere gli obiettivi stagionali, il presidente gli consegna sette cartelle dattiloscritte, contenenti un elenco di “valori prestigiosi” ed un decalogo di “principi di base”, il tutto da imparare a memoria; a questo si aggiungono gli acquisti dei due gioielli olandesi (svincolati dall’Ajax) Michael Reiziger ed Edgard Davids, del non più giovane difensore Pietro Vierchowod, dell’attaccante francese Christophe Dugarry e di un portiere, Angelo Pagotto. Niente spese folli, quindi, ma ci si aspetta molto da Roberto Baggio e Pincolini crede in un’altra grande stagione di Franco Baresi, leggendario capitano giunto alla sua ultima stagione.
L’estate passa tra alti e bassi, tra un Memorial Costantino Rozzi, dove il Milan non vince e neppure convince, e una vittoria nel trofeo Berlusconi (1-0, gol di Eranio), che spinge il presidente a dire che “Reiziger e Davids si sono già inseriti a meraviglia e Tabarez sta confermando le nostre aspettative”. Appena il gioco si fa duro, però, cominciano a piovere critiche sul Maestro: dopo il 4-1 al Verona c’è chi si lamenta della mancanza di spettacolo; tre giorni dopo i rossoneri, capaci di portarsi in vantaggio per ben due volte, perdono in casa contro il Porto. Una sconfitta clamorosa, inspiegabile, dicono i giocatori, imbarazzati. Arriva domenica ed il Milan crolla a Marassi, il gol iniziale di Weah reso inutile dalle reti di Veron e Mancini: Vierchowod dà una gomitata a Balleri, mentre voci di corridoio parlando di un litigio tra Tabarez e Baggio. Come nove anni prima, quando ad essere in discussione, dopo l’eliminazione dalla Coppa Uefa, era Arrigo Sacchi, Berlusconi arriva a Milanello, parla con i giocatori e mette le cose in chiaro: l’allenatore non è in discussione, sono i giocatori che devono dimostrarsi degni di giocare nel Milan.
Seguono tre vittorie, tra campionato e coppa, mentre dentro e fuori dal campo succedono tante cose: Filippo Galli chiede la cessione (e la otterrà), le voci sulla possibile partenza di Baggio non si placano, Davids viene denunciato per aver picchiato tre persone per questioni di parcheggio. Ma dopo due sconfitte nel giro di pochi giorni, contro la Roma all’Olimpico (3-0) e in Svezia contro il Goteborg (2-1), la crisi è ormai una realtà. La fiducia a Tabarez rimane “totale e obbligata”, ma si comincia a parlare di Sacchi, Scala, Van Gaal e Guidolin come possibili sostituti. Galliani deve ammettere che, dopo dieci anni di vittorie, è possibile che a qualche giocatore manchino le motivazioni.
Se in Champions League arriva una vittoria in casa (contro il Goteborg), in campionato, a parte una vittoria sul Napoli, le cose continuano a non funzionare: sconfitta a Firenze, firmata Robbiati, e tre pareggi consecutivi con Atalanta, Juventus e Inter, inframezzati da un altro pareggio, a Porto, in un’atmosfera carica di tensione, con Weah che tira una testata sul naso di Jorge Costa ed evita l’arresto solo grazie all’intervento di Galliani presso i dirigenti della squadra portoghese; “tutto il mondo deve sapere che c’ è un assassino in libertà ed è un calciatore” arriva a dire l’allenatore dei Dragoni.
Alla fine di novembre, mentre si ragiona sul possibile allenatore per la stagione successiva, cominciano a comparire striscioni contro Tabarez; Berlusconi si lamenta dello scarso utilizzo di Savicevic; Boban dichiara alla stampa croata di pensare ad un trasferimento per giocare nel ruolo che preferisce mentre Panucci si lamenta della mancata copertura di Boban sulla fascia destra; Weah parla di quattro o cinque compagni che non giocano per la squadra e ripete che se dovesse essere ceduto non sarebbe un dramma; Davids, già infortunato alla mano destra, si sfascia anche la sinistra colpendo, involontariamente, lo zigomo di Tassotti. Il caos e la mancanza di disciplina regnano sovrani.
La breve storia di Tabarez al Milan si chiude il 1 dicembre 1996. A Piacenza il Milan è sotto 2-0 (reti di Valoti, padre del centrocampista del Milan, e Di Francesco) quando Christophe Dugarry, che fino ad allora non aveva ancora fatto un gol con la maglia rossonera, mette a segno una doppietta. A quel punto accade l’impensabile: Pasquale Luiso segna uno spettacolare gol in rovesciata: è 3-2. Il toro di Sora pone fine al regno di Tabarez. Subito dopo la partita cominciano infatti le manovre per la successione: mentre Sacchi dà la sua disponibilità ad allenare il Milan e si prepara a lasciare la nazionale italiana, El Maestro, ignaro di ciò che accade dietro le quinte, comincia a preparare la sfida cruciale con il Rosenborg. Dopo una nottata di incontri tra i vertici societari, gli viene chiesto di dimettersi e lui, da gentiluomo, accetta di “presentare” delle dimissioni, prontamente accettate, offrendo così alla stampa la versione più comoda per il Milan.
Non cerca alibi, Tabarez: “Sto malissimo. Non cerco vendette, non faccio nomi. Avevo fatto una scommessa, l’ho persa. Non sono l’unica causa della situazione che si è creata. Ma è certo che non sono risucito a sistemare le cose. Io sono molto critico con me stesso. I numeri, che nel calcio sono decisivi, ci danno torto. Credo però di avere mostrato che c’è anche uno stile Tabarez”. I mesi successivi, con un Milan che sotto la guida di Sacchi farà cose anche peggiori di quelle viste fino a dicembre, serviranno a mitigare il giudizio sull’uruguayano.
L’andazzo, infatti, non cambierà. Non era (solo) colpa di Tabarez. A distanza di anni, a Milanello tutti ne conservano un ottimo ricordo ed è difficile trovare qualcuno che ne parli male: una persona perbene, leale e competente, un tecnico preparato, che a differenza di Terim (altra meteora della panchina rossonera) cercò di entrare nel sistema Milan con un atteggiamento molto discreto, ma non ebbe fortuna.
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